mercoledì, 02 maggio 2007
DEL VENEZUELA E DI ALTRE STORIE



sin tetas no hay paraiso




35.000 operazioni al seno all'anno, pari a 70.000 tette nuove, o rifatte, o rialzate nel Venezuela di oggi (un aumento di incremento del seno di quasi 80 per cento nel corso dell'anno precedente, secondo le statistiche fornite dalla società venezuelana di ambulatorio di plastica -fonte lipo.com).

Non sono tutte donne venezuelane, molti chirurghi estetici, anche italiani, mandano le proprie pazienti dall'altro lato dell'oceano. Due settimane: vacanza a los roques, parco naturale nell'omonimo archipelago caraibico meraviglioso, una settima in clinica privata, un paio di bicchieri di ron seco incluso nel servizio, e a casa con due boccie nuove di zecca. Tutto per la modica cifra di un paio di migliaia di euro.

Ma c'è di più. A 16 anni -che per la cultura sud americana è un po' l'età di passaggio all'età adulta, una ragazza diventa socialemte donna- ora gira questa tendenza: il regalo più di moda da parte dei genitori, e della famiglia al completo- ognuno mette un soldino- è proprio un bel paio di tette nuove... A 16 anni..

Certo, se si considera che nel Venezuela moderno, soprattutto nelle aree più popolari, ma neppure tanto povere, una ragazza a 15 anni facilmente ha già 2 figli...  si capisce che con due allattamenti, la plastica si rende necessaria, evidente. Si, perchè avere un figlio, in età adolescente, ti sbalza immediatamente in uno status sociale di maggior rispetto. Sei donna, sei madre, e forse ottieni un po' di più di voce in capitolo. Ma soprattutto è uno strumento, una sorta di acquisizione di potere nel contratto sociale, una elemento che esercita una certa pressione, che fa acquisire importanza in quanto femmina, donna, in grado di procreare.

E per tornare alle tette, pare che una deputata della opposzione a Chavez abbia proposto che le plastiche fossero passate gratuitamente dal governo. Dicono che dovrebbe passare come inversione in politiche sociali dei porventi del petrolio....

E poi si sa, si dice che le plastiche sono come i cioccolatini, una tira l'altra...

Si consiglia la lettura del libro "Sin tetas no hay paraiso", di Gustavo Bolivar Moreno, colombiano, che per casualità ha un cognome omonimo al "libertador".



A presto,



D.
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domenica, 22 aprile 2007
MARGARITA MON AMOUR...    socialismo



Nulla a che vedere con il cocktail. La isola di Margarita sta nei caraibi, al largo delle coste Venezuelane. Un po la nostra isola d'Elba, direi. Non sono in vacanza, bensì sono venuta a vedermi i presidenti sud americani parlare di cose importati, ovvero come terminare completamente le riserve di petrolio e di gas di questo bel continente.. ma non voglio parlare di questo, perchè lo sfruttamento economico/politico di una risorsa non rinnovabile ed altamente inquinante a me non mi sa per nulla di tanto professato "altermundismo", e mi fa anche venire il sangue alla testa. E punto.

invece mi voglio soffermare sull'isola, sulla fauna che popola questo lembo di terra. Soprattutto sulla fauna umana, visto che io, il Venezuela di fatto non lo avevo approfondito proprio per bene.

Dunque, lo scenario è questo:

una serie di famiglie composte dalle padre, madre, nonni, alcuni zii e svariati figli. Le donne, vai a capire perchè, tutte e dico tutte obese. Ma di quella obesità brutta e cattiva, tipo alla statunitese, che non ti permettere di distinguere dalle natiche, alla vita, al seno perchè è tutto un unico rotondo, rigoglioso fiorire di anse adipose.

E gli uomini non sono da meno. Quindi la prima domanda che viene è: ma avranno tutti problemi di metabolismo? l'ipertiroidismo sarà una malattia endemica isolana? spero di no.

la variopinta suddetta fauna si ritrova la domenica, (come tutte le faune familiari marittime) in spiaggia e la cosa che salta più all' occhio è questo enorme container, frigobar, azzurro generalmente, pieno di ron (rum), cachasa, birre e coca cola. I locals amano galleggiare nella brodaglia del mare caraibico dal basso fondo, birretta in mano, o un bel cuba libre (sarà anche per le strette politiche tra Venezuela e Cuba?). E si sfondano letteralmente di alcool. Figli al seguito o meno, finchè i piedi non strascicano per terra non si fermano.

Ora detto ciò, mi diverto a collegare questa riflessione con la canzone degli Offlaga discopax  "Robertspierre", dove si parla di socialismo anni '80 italiano in espansione... Non dimentichiamo che il Venezuela è il pioniero del "socialismo del XXI secolo", e i culi dei suoi abitati, o per lo meno della maggior parte di essi, sono senza dubbio... in espansione!

alla prossima

D.

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lunedì, 09 aprile 2007
FOR WHATEVER IT MEANS...

Non sono sparita, no. E continuo a fare le stesse cose. La Regione Andina è una parte imprescindibile della mia vita, del mio lavoro. Sono andata e tornata a febbraio/marzo. Ed ho capito che, abbassate le luci della ribalta dell'annata elettorale, el Ande sono tornate del dimenticatoio, o quasi. A meno che "l'amico" Chavez non tuoni dall' alto del suopetrolio, o i deputtai ecuadoriani si prendano a pugni davanti al Congresso, del resto, di cambiameti strutturali ce si lavorano in silenzio nei palazzi del potere, non interessa... ai grandi media, italiani, ovviamente.

Quindi io mi sto organizzando perchè il mio lavoro sia auto sostenibile, indipendente (soprautto dai pagamenti altrui, che mai arrivano per altro) e trasparente.

Come avevo accennato l'ultima puntata, Ruta Andina diventa un sito, e prima ancora un'associazione, di giornalisti e professionisti che come me fanno delle cose, fatte bene vorrei dire, e hanno voglia di poroporle fuori dai soliti schemi "produttivi", e sopratutto con l' intenzione di mantenere alta l'attenzione e l'infomazione -multimediale, multilingue- sulle Ande.

L'idea è di fare inoltre iniziative sul territorio, seminari, confereze, workshop e via dicendo.

se volete informazioni o porporre sinergie, chiedete pure a rutandina@mail.com, e vi sarà risposto

a presto,



D.
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domenica, 10 dicembre 2006
TRIBUTO A LOS ACHACHILES





Illimani-Lapaz-Gardian_jpg











Y se acabò. Mi pare giusto, che quest'anno cominciato tra le braccia degli spiriti delle Ande si concludesse qui, con un saluto a questi grandi parenti.



Sorvoliamo La Paz, le Ande, grandi e maestose, l'Illimani, lo Llampu, il Chacalatya.



Sono profondamente grata a questi antichi custodi de mondo. Se non fosse stato soprattutto per loro, io qui non sarei riuscita a fare ciò ce ho fatto quest'anno.



Ogni volta che mi mancava la forza o l'energia, io guardavo a loro, alla magnifica Pachamama, m'immergevo in essa e ritrovavo senso, energia e me stessa. Qui ed altrove. Grazie alle Ande, per avermi avvicinato e insegnato a fondermi con lo spirito della Terra. Di avermi insegnato a sentirlo vicino e a parlarci.



Giuro che questa sensibilità verrà gelosamente custodita. E' la mia unica garanzia per camminare degnamente su questa Terra, camminare il cammino per cui sono chiamata a stare qui.



E' stato un anno incredibile, mi pare di averne vissuti almeno 10. E' stato una  anno che, ora posso dire, mi ha cambiato la vita. Qualcuno mi ha detto che i cicli di una vita vanno di 7 anni con 7. Bhè, ad ottobre ne ho compiuti 28, e quindi si suppone che sia entrata nel mio quinto ciclo.



O forse Saturno che esce dal mio segno bilancia. Non so cosa sia, chiamatelo un po' come volete, io so che quest' anno ha segnato per me una svolta radicale.



Io voglio tornare a vivere qui, o meglio, voglio vivere qui. Voglio vivere tra le braccia di questi monti, tra le Ande.



Ricordo che quando ho cominciato RutaAndina, ad aprile scorso, scrivevo le parole di Jaime, che mi diceva "dagli Achachiles, gli spiriti imperituri ed antichissimi delle Ande, tu sei sempre la benvenuta".



Io, ancora adesso, quando le guardo, mi commuovo. Sorvoliamo l' altopiano venendo da Cochabamba, tornando dalla Cumbre sudamericana verso Quito.



Dall'alto ho visto le Ande attorno a La Paz e le ho salutate.



Così come questi due giorni di lavoro ho felicemente potuto salutare ed abbracciare stretti i miei fratelli andini, sia i locali che quelli che condividono con me la sorte di essere esuli in patria boliviana, per fare seriamente il loro lavoro.



Dado e Mercedes, a cui va un saluto speciale; per tutte quelle volte che ci siamo stati accanto, che ci siamo sorretti, quando si faceva davvero difficile.



E così ho abbracciato e salutato e ringraziato gli Achachiles e li ho visti, da lassù, dall' aereo, che mi  salutavano con la mano. Non sono impazzita, io li ho visto davvero, mentre gli dicevo "torno presto", mi rispondevano "ti aspettiamo".



Grazie. Come sempre alla fine di percorsi importanti che segnano l' inizio di altri, a me viene da dire grazie, a tutti ciò che lo ha reso speciale.



Grazie agli Achachiles, grazie a chi da vicino e da lontano ha condiviso con me questo anno, chi mi ha seguito, chi mi ha sostenuto, chi mi ha criticato, Tutte quelle persone, qui e lì, con cui ho potuto condividere la passione, la bellezza, la forza ed anche la drammaticità di questa vita che vedo e vivo qui e che ho voluto venisse riflessa dai miei occhi e dalle mie parole.



Ora so che e' solo l'inizio di un lungo lungo percorso.



Grazie a chi mi ha voluto bene, da vicino e da lontano, spero di essere riuscita a fare trasparire che, anche io, vicina o lontana, ho contraccambiato di cuore tutto quel bene.



Il mio mentore, Roberto Da Rin, mi ha detto una sera a Caracas "ama la gente e faglielo capire, è la prima regola nel nostro lavoro".



Io si mi sento fortunata, e non smetto di sentirmi tale, e vedo doni incredibili in ogni dove.



Ora, come di regola, mi commuovo, e prima di inondare la tastiera, scappo e saluto tutto e tutti, montagne, paesi, flora, fauna e persone.



Grazie per esserci stati, per continuare ad esserci.



Non mollate, non adesso.



Io non mollo.







("vola solo chi osa farlo", J. Livingston)










vostra









D.







(Mi congedo per le vacanze,  martedì 12 torno in Italia. Dall'anno porssimo il blog potrebbe diventare un sito, come consiglia un saggio amico napoletano...)
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domenica, 10 dicembre 2006
8 dic 2006



FIGO VIAGGIARE CON I PRESIDENTI.... cronaca di una giornata stancante




aeroporto dell' aeronautica di Quito, farsi trovare alle 14 in punto perchè ci devono fare tutta una serie di controlli minuziosi.

il punto è che stiamo per andare in Bolivia, a Cochabamba, tierra de la eterna primavera, e ci andiamo ospitati dall'aereo presidenziale, del presidente uscente ecuadoriano Alfredo Palacio. Il quale presidente il pomeriggio del giorno prima dice che no, non ci potrà essere perchè, testualmente "mi devo stirare la giacca per il passaggio di incarico". O per meglio dire, voci dicono che non voleva fare brutta figura.

ma andiamo con ordine: in Bolivia, a Cochabamba, questo fine settimana 8-9-10  dicembre 2006 si tiene la Cumbre de las Naciones Suramericanas. Ovvero tutti i presidenti, più  meno disciplinati o dissidenti, si trovano ospitati da Don Evo (Morales, si intende) in tierra de la coca. Cochabamba appunto. Chi è rimasto a casa a stirarsi al giacca pare non essere solamente Palacio, ma anche Nestor Kirchner (si sa gli argentini sono un popolo elegante) ed Alvaro Uribe, il presidente della Colombia...chissà mai perché.

Inutile dire che il grande ospite è l' ultimo rieletto Hugo Chavez.

Bene, questo a mo' di cornice per contestualizzare.

Ora Il presidente Palacio sa perfettamente che alla cumbre sarà presente anche il neoeletto presidente ecuadoriano Rafael Correa. Si diceva, non vuole fare brutta figura.

Certo, dico io , lui è il presidente uscente, un presidente che non fu eletto ma si trovo a ricoprire questo ruolo per un anno e mezzo senza sceglierlo, catapultato dalla posizione di vice a quella di presidente in una settimana, quando catapultarono fuori dal palazzo presidenziale l'allora presidente Lucio Gutierrez, "el taridor".

Aprile maggio 2005, sollevamento quiteno dei forajidos, i farabutti, da lui così chiamate le persone che si presero le strade gridando alla vergogna del volta faccia di un uomo che s' era letteralmente venduto come "del popolo" in campagna elettorale ed aveva poi sostenuto una delle più spinte politiche neoliberiste della storia dell' Ecuador.

che centra tutto questo con al Cumbre? centra centra...

Correa è il nuovo eletto presidente che ha sorpreso tutti con il suo 57% quando lo davano per perdente. Ed è un presidente che si prospetta di sinistra, così dice, e che comunque viene alla Cumbre per stringere amicizia con i suoi corrispettivi boliviani e venezuelani. Mica male, per un paese piccolo e nero come l' Ecuador, che si trova schiacciato tra due paesi più grandi e più ricchi, non proprio di sinistra, diciamo. Perù, presente e Colombia, assente.

Ecco, Correa ci sarà, senza chiedere permesso a nessuno, con la prospettiva di essere un presidente che cambierà un po' di cose nel suo paese per il prossimo 2007. Male lingue dicono che Palacio non voleva trovarsi in una situazione imbarazzante, ecco.

Non solo, visto che a Correa nessuno ha dato un aereo ufficiale ecuadoriano, glielo ha prestato il suo corrispettivo brasiliano, neo rieletto Lula da Silva, con cui andrà insieme alla Cumbre. Si, Palacio rischiava una brutta figura... io lo capisco, un pò di quel che ci vuole!





Ma, diciamo tutta la verità, il motivo per cui io ci volevo proprio andare a questa Cumbre è in realtà l'incontro parallelo che si svolge al quello dei presidenti. La Cumbre de los Pueblos de Sur America. Ci sono tutti, dai Mapuche della Patagonia tierra del fuego (in lotta da anni contro l' italianissimo Benetton ruba terre, www.asud.net) agli ultimi discendenti dei popoli nativi caraibici, quel 2% che Chavez difende nel suo parlamento ( e giù a dargli dell'indio, del negro, del comunista dall'opposizione... tanto a ha rivinto con il 61%).

i temi trattati, quelli che piacciono tanto a me: sfruttamento del petrolio e gas, energie alternative, risorse del sottosuolo, acqua, terra, diritti dei popoli indigeni (ILO169 &Co), diritti alimentari (OGM &Co) e militarizzazione dei territori da parte di basi USA (la Bolivia è relativamente vicina al Paraguay e la triple frontera di Iguazu... apriremo capitolo)



bene, detto ciò la giornata non si presenta proprio liscia liscia.

Comincia con la santa signora Maria Eugenia, segretaria di comunicazione del presidente, che ci chiama trafelata dicendo che non si parte più alle 8 della mattina, ergo levataccia, bensì alle 14. E passi. mi viene in mente di richiamarla, dopo un po di esperienza in sud America un double check non è mai una cattiva idea. Solo per sincerarmi che io fossi nella lista. Infatti, nella lista c'ero, ma mi dice la signora che all'aeronautica la mia carta di presentazione, intestata, fornitami da RAI Radio3 Mondo, non andava bene. volevano una mail intestata. Ostia!

Certo, il giorno dell'immacolata io trovo qualcuno in redazione che mi fa la mail. Ovviamente no.

Santo anche il mio amico boliviano, espatriato francese, Sergio Carceles, direttore del Juguete Rabioso, che da Parigi mi salva il viaggio in patria, sua patria e anche un pò mia patria, Bolivia. Cosa abbiamo fatto per salvarlo non lo diremo mai, non in pubblico almeno ;P

gliel' ho promesso, gli devo una borsina di foglie di coca da Cochabamba.



Perfetto, tutto a posto, il volo è in orario, Palcio non si a vedere ma il suo Vice si, ci fanno tutti i controlli, partiamo.

Dopo mezz'ora fermiamo a Guayaquil, scalo tecnico per carburare e recuperare i colleghi ecuadoriani che vengono da li. Todo Bien. Se no fosse che sono le 17.00. "Caspita, arriviamo stasera", io già a pensare come recuperare di corsa tutti i miei amici e colleghi che sono già lì e che volevo vedere in serata. Se nonché, l'aereo presidenziale, che è proprio una ciofeca un pò vecchiotta ( il Congresso si è rifiutato di comprargli uno nuovo... mah!) ha un problema tecnico idrico, fa marcia in dietro e torna a Quito, e noi lì alla base aeromilitare di Guayaquil... figo!

beh conclusione della storia aspettiamo 3 ore, ci portano ad uno squallidissimo pub degli ufficiali per rifocillarci prima che ci mangiamo i tavolini della sala d'attesa, aspettiamo l'altro aereo da Quito -mica tanto meglio-  e ci reimbarcano alle 21.00

arriveremo alle 1 ora boliviana. Tanti saluti e buona notte. E domani si lavora da prestissimo, visto che oggi, grazie ad una serie di "sfighe", imprevedibili ma non troppo, non abbiamo combinato nulla.

Corrispondenza: "come era l'incontro tra i presidenti?" "Non lo so, non sono arrivata a tempo, ma il cibo sull' aereo era discreto e la compagnia piacevole"

Può andare?





D.
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sabato, 02 dicembre 2006
IL VENEZUELA DEI GRANDI MAGAZZINI

e torniamo a parlare di Repubblica Bolivariana, dopo aver ballato salsa con el guardie di Chavez (v.di maggio)



come se lo immaginan uno il Venezuela? O meglio, come se la immagina Caracas, la capitale? come me la immaginavo io prima di approdarci? non cosi, e' certo. Parto dalle conclusioni: credo che sia il paese sud americano piu pieno di contraddizioni in termini, si intende. Non mi immaginavo che Carcas avesse questa infinita quantità di shopping center, che fanno a gara a quale e' piu' alto, piu grande e con piu' lustrini, di palazzoni alti, di quelli che sono alti solo per far veder che ci sono, di Mc Donald's e Burger King, di una cultura della materialità che è molto simile a quella made in USA. Sondaggi dicono che il popolo venezuelano e' quello che meno ha pregiudizi sugli Stati Uniti di tutto il Sud America.

Eppure... eppure il Venezuela si appresta a votare ancora una volta per il suo presidente, per quell' Hugo Chavez che e' l'incubo peggiore di George W. Bush. Che ha un legame a doppio filo con gli USA perchè sono i suoi maggiori compratori idi petrolio, che fa il bello ed il cattivo tempo con le considerazioni sui candidati ed i presidenti che condividono il cortile di casa del subcontinente. Che e' il leader indiscusso ed assoluto di un movimento radicale, anti-imperialista capace di sferrare colpi dolorosissimi a 20 anni di di neoliberismo, anch' esso made in USA.

NO, IL TLC NO, prima di tutto.

ecco io il paese di questo Presidente non me lo aspettavo così. Vuole dire che i suoi abitanti, che davvero nella stragrande maggioranza lo adorano, adorano altrettanto andare nei grandi centri commerciali, mangiare "junk food" ( e devo dire che i venezuelano sono belli in carne),  e seguire il modello "tu vo' fa' l'ammericano"?



Ci sono certe cose che non capisco. Cose di questa Rivoluzione Boliviariana che mi stonano troppo. Questa è una di quelle. Certo Caracas non e' le sue favelas, non e' i suoi sobborghi... Mi hanno consigliato vivamente di non andarci nè sola, nè accompagnata, io piccola e bionda.

E sfortuna che non posso fermarmi qui più tempo, tutto il tempo che di solito mi prendo per capire un posto, la sua gente, le sue caratteristiche e la qualità della sua vibra.



Queste sono riflession, cosi, a ruota libera, di una  pirma impressione del paese su cui tutti gli occhi del mondo saranno vigili domani, 3 dicembre. Le elezioni dell'anno. Io devo studiare ancora per poter emettere opinioni ed analisi sulla realtà venezuelana. Pero ora mi limito ad osservare, e riportare a voi quello che vedo coni miei occhi, che non hanno la pretesa di essere i piu' oggettivi, anche se ci provano.



Chavez, vince, gia si sa, ma sarà interessante sapere quanti, del suo 75% di partenza, voteranno a sfavore. E non perche' Rosales sia un'alternativa possibile o che possa competere con il carisma chavista. Ma per capire quanto appoggio ha ancora dalla "sua" gente, da quelli che fanno di fatto la Rivoluzione Bolivariana e quanto in essa ci credono ancora.



a dopo le elezioni



D.
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martedì, 28 novembre 2006

**ELEZIONI ECUADOR**







Noboa dibujomi scuso di non riuscire a tener aggiornato il blog quanto vorrei, ma i piu di voi sanno che sono qui a lavora' e quindi riesco a farlo solo nei ritagli di tempo.



copioincollo quanto ho scritto per "ilManifesto" di domenica 26 e martedì 28 Novembre












**UN PO' DI STORIA, UN PO' DI ANALISI, UN PO' DI RACCONTO**







Si chiudono le campagne elettorali, comincia la "ley seca", niente alcool per i due giorni precedenti alle elezioni. Questa la regola in tutta la regione andina, l'Ecuador non fa eccezione. E niente sondaggi anche se l'ultimo, realizzato da Cedatois-Gallup, registra il colpo di scena: Rafael Correa (Alianza pais) 52%, Alvaro Noboa (Partito rinnovatore istituzionale alleanza nazionale, Prian)48%. E' il sorpasso. La settimana scorsa era esattamente l'opposto. Il primo turno si era chiuso con Noboa in vantaggio di 4 punti su Correa, un vantaggio che all'inizio della campagna elettorale era di 15 punti.



Sono passati un mese e 10 giorni dalla prima tornata elettorale, oggi il paese va al ballottaggio, Rafael Correa per la sinstra e Alvaro Noboa per la destra. E' passato un anno e mezzo dalla caduta dell'ultimo presidente eletto, il colonnello Lucio Gutierrez, a mano della ultima grande mobilitazione urbana di Quito, la marcia dei forajidos, i facinorosi. Poi piu' nulla. I nefasti tre anni di governo di Lucio Gutierrez, dal 2002 al 2005, erano riusciti a smembrare i movimenti sociali e indigeni, indebolendoli moltissimo. Il colonnello Gutierrez aveva partecipato con la sua fazione di forze armate alla mobilitazione popolare che fece cadere Jamil Mahuad nel Duemila, guadagnandosi il successivo appoggio elettorale dell'organizazzione delle nazioni indigene ecuadoriane, la Conaie, e della stragrande maggioranza dei movimenti sociali. Appoggio tradito e concluso con l'ennesimo moto di piazza. E ora l'Ecuador torna a cercare un presidente.



L'avvocato ed imprenditore Alvaro Noboa ha concluso in testa il primo turno, battendo il suo avversario Rafael Correa per quattro punti prcentuali. Noboa, che arriva al ballottaggio per la terza volta nella sua vita politica, è l'uomo più ricco dell'Ecuador. Imprenditore bananero, possiede all'incirca 120 aziende nel settore agricolo e terziario. Il suo gruppo, il grupo Noboa, possiede inoltre sottogruppi immobiliari e banche, nonché un'azienda specializzata in sondaggi, alcune reti televisive e alcune riviste. C'è chi lo definisce «il Berlusconi ecuadoriano».



Alvaro Noboa è uno sfegatato e convinto conservatore neoliberista. I punti salienti della sua proposta politica sono: la partecipazione dell'Ecuador al «Plan Colombia», la reiterazione della concessione alla base militare statunitense di Manta, nel Pacifico, la firma del Trattato di libero commercio gli Stati uniti, l'apertura di nuove aree di sfruttamento del petrolio, la «forzatura repressiva» di quelle in concessione passiva laddove i nativi oppongano resistenza. Noboa ha superato vertiginosamente il tetto economico imposto dalla legge per le spese della campagna elettorale. Tanto - dice - paga lui. E tutta la sua campagna è stata orientata a suon di biglietti da 10 dollari (la moneta nazionale ecuadoriana: la dolarizacion fece sparire il vecchio e svalutato sucre nell'anno Duemila) e promesse di case, una campagna che ha attechito sopratutto nelle aree più povere della costa pacifica del paese. In queste stesse aree vivono gli 800mila dipendenti delle sue piantagioni di banane. Tutti e 800mila sono soggetti a gassificazioni di pesticidi a base di glifosato, utilizzati abbondamente dall'impresario Noboa nelle sue terre, senza troppa preoccupazione per la salute dei dipendenti. Per quanto riguarda le politiche sociali Noboa ha apertamente detto che per ottenere stabilità il suo governo non esiterà a arrestare i dissidenti, lo stesso Correa, la stampa che cerchi di screditarlo.



Il miliardario bananero è alleato con l'ago della bilancia elettorale, Gilmar Gutierrez, fratello di quel colonnello Lucio Gutierrez che mise le sue truppe al servizio di un golpe «di sinistra», virando poi a destra e bruciando le speranze - e i consensi - della più grande formazione indigena del paese, il partito Pachakutik. Il bacino elettorale di Noboa e dei fratelli Gutierrez è l'est del paese. I due si sono informalmente accordati e il partito Psp dei Gutierrez appoggerà Noboa solo a condizione che cinque organizzazioni non governative spariscano dall'Ecuador. Guarda caso tre di queste sono le ong ambientaliste più impegante, quelle che da anni accompagnano le denunce della popolazione dell'Oriente ecuadoriano contro le ignomie delle compagnie petrolifere. Ignomie ambientali derivate dall'inquinamento, ma anche ignominie sociali: la divisione all'interno delle comunità indigene, la violazione dei diritti umani con la repressione armata.



Se Noboa è un'opzione di voto per gli ecuadoriani, dalla parte diametralmente opposta c'è il candidato Rafael Correa. Economista ed ex ministro dell'economia nell'ammnistrazione di Alfredo Palacio, a fine 2005 si dimette perchè fortemente criticato per le sue posizioni economiche di apertura al Venzuela e di chiusura al Tlc con gli Stati uniti. Nel 2006 Correa si presenta come candidato alle presidenziali con un nuovo partito, Alianza pais, e la proposta di non cercare di eleggere deputati in Parlamento (organismo troppo corrotto) ma di puntare direttamente all'elezione di un'assemblea costituente. Pur con toni moderati, Correa è dichiaratamente inserito in quella tendenza economica e politica socialista che attraversa il Sudamerica e che ha prodotto tra l'altro Hugo Chavez in Venezuela e Evo Morales in Bolivia. E', in sostanza, un caratteristico prodotto di questa turbolenta annata elettorale nella regione andina. Il punto di forza del suo programma è, per cominciare, una parziale rinazionalizzazione del petrolio, che per legge è già di proprietà statale. Correa vuole incrementare la quantità di greggio che le compagnie devono lasciare allo stato in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti: al momento questa royalty è un barile ogni cinque di petrolio estratto. Da ciò consegue, nella sua proposta, la spinta ad una maggiore industrializzazione della materia prima stessa, cioè lavorare il petrolio e l'energia che ne deriva. Le eccedenze economiche della produzione nazionale sarebbero destinate in buona parte a spese sociali come l'educazione e la salute. A seguire, profonda rivisitazione della legge sugli idrocarburi e delle concessioni alle multinazionali.



Nell'agenda di Rafael Correa occupa uno spazio importante anche la questione degli emigranti. Sono tre milioni gli ecuadoriani che vivono in Europa o negli Stati uniti e le loro rimesse economiche rappresentano la terza voce di bilancio del paese in ordine di importanza, una massa di denaro destinata però quasi del tutto al consumo familiare e non alla promozione di un'economia interna. Il piano di Correa prevede di agevolare la trasformazione di queste entrate in investimenti immobili o produttivi, attraverso finanziamenti di micro-credito. A detta del candidato di sinistra, inoltre, il suo governo si impegnerà per facilitare i processi di legalizzazione dei connazionali irregolari all'estero.



Altre voci caratterizano la sua tendenza politica? Nessuna contrattazione per il Tlc, nessun coinvolgimento con il «Plan Colombia», difesa del diritto delle popolazioni amazzoniche di rifiutare l'ingresso delle compagnie nel proprio territorio, sfruttamento del petrolio «ragionato» e monitorato a livello di impatto ambientale. E poi, non rinnovare la concessione alla base militare Usa di Manta, «a meno che - dice Correa - gli Usa non ci lascino mettere una base militare ecaudoriana a Miami». «"Né chavista né comunista - così si difende dalle accuse di Noboa - ma per un Ecuador degno, equo e sovrano».



Dette così, le proposte fanno gola. Ma Correa ha già fatto male i conti alla prima tornata, in cui è arrivato secondo nonostante tutti i sondaggi lo vedessero in testa: la scelta di non parteciopare al voto per il parlamento, e quindi non presentare alcun candidato, gli ha lasciato un vuoto nel Congresso che sarà davvero difficile colmare. Anche se vincesse, si ritroverà con parlamento in cui l'opposizione sarà maggioranza (per l'alleanza tra Noboa e i fratelli Gutierrez), cosa che gli renderà molto difficile governare.



L'Ecuador va oggi al ballottaggio con un conteggio di voti manuale che tarderà alcuni giorni ad essere concluso. Una decisione del Tribunale supremo elettorale, per non ripetere l'esperienza del primo turno, quando il sistema della strapagata compagnia brasiliana E-vote a cui era stato affidato il «conteggio rapido» crollò poco dopo il 79% dei seggi scrutinati. Tutti gridarono alla frode, seguirono giorni di caos. Il conteggio manuale del ballottaggio significa che per alcuni giorni il paese resterà del tutto in bilico. Se domenica, a urne chiuse, i due candidati si ritroveranno divisi da pochi decimi, può accadere di tutto. Dalla frode alla falsificazione dei conteggi, all'auto-dichiarazione di vittoria da parte di entrambi. E molti analisti si domandano se sarà un altro Messico. Il miliardario bananiero Alvaro Noboa si presenta per la terza volta alle elezioni, in caccia di quella presidenza che fu per breve tempo di un suo parente, Gustavo, che la occupò tra un moto popolare e un altro. Magnate del vegetale che rappresenta una delle principali voci di esportazione del paese insieme agli idrocarburi, Noboa possiede circa 120 aziende e aziendine per un totale di circa 800mila dipendenti e una fortuna stimata da Forbes in un miliardo e 200 milioni di dollari. Possiede anche molte altre cose, tra cui riviste e canali televisivi che ne fanno una specie di Berlusconi andino. Fervente sostenitore della dollarizzazione (nel 2000 il paese abbandonò il sucre per il biglietto verde) Noboa è un classico imprenditore di destra. E' presidente del Prian, il Partito rinnovatore istituzionale alleanza nazionale. L'economista Rafael Correa, candidato di sinistra per il movimento Alianza Pais, si vanta di non essere un politico di professione e promette che, per il suo quarantatreesimo compleanno - è nato nella città di Guayaquil il 6 aprile 1963 - realizzerà una «rivoluzione cittadina». Correa ha conseguito la laurea negli Stati uniti e ha poi proseguito altri studi in Belgio, dove ha conosciuto e sposato Anne Malherbe, con la quale ha tre figli. Nel 2001 ha ottenuto un dottorato in economia all'Università dell'Illinois, negli Stati uniti. Parla correntemente inglese, francese e se la cava con il quechua, che ha imparato durante una missione di volontariato in una comunità indigena della sierra. Tiene infatti a precisare di non essere un candidato «della sinistra marxista, ma della sinistra cristiana».




**POST ELEZIONI**



Rafael Correa, il candidato che si opponeva nel ballottaggio di domenica al miliardario bananero Alvaro Noboa, filo-liberomercato e filo-Bush, sembra avviato a una vittoria a valanga. Ieri, quando erano stati scrutinati circa le metà dei voti, conduceva con il 68.1% contro il 31.8% del suo avversario. Che però ha rifiutato finora di riconoscere la sconfitta. Un dato è però già incontrovertibile, in attesa del risultato finale annunciato per oggi o domani, come ha subito rilevato Correa: «Il voto mostra che il popolo vuole un cambio». Il «popolo» che non ha incertezze, e sente di avere già vinto fin dai primi minuti dopo la chiusura dei seggi.


Ore 17 di domenica, Quito è con il fiato sospeso. Si chiudono i seggi e tutto il paese è incollato alla televisione, in balia degli exit poll. Rafael Correa, candidato di sinistra per Alianza Pais batte il neo-liberista Alvaro Noboa con un margine che cresce a vista d'occhio. Dopo un'ora è già al 57% contro il 43%, 14 punti , contro gli 8 indicati dai sondaggi alla vigilia. E con lo spoglio che avanza, il margine aumenta: ieri erano quasi 36. Per le strade della città si sente la radio che continua ad aggiornare. La più infervorata è Radio La Luna, quella che nel maggio 2005 giocò un ruolo fondamentale nel dirigere le mobilitazioni dei forajidos, gli sconvolti che cacciarono il presidente Lucio Gutierrez, eletto a sinistra e passato a destra. La gente ascolta attonita, incredula: «Hemos ganado», abbiamo vinto.


Stando ai risultati finora disponibili, Rafael Correa ha vinto non solo qui a Quito e nelle regioni andine, dove aveva già sfondato nella primo turno di ottobre. Ha avuto un ottimo risultato anche nelle regioni «storicamente» di Noboa, come la costa e la città di Guayaquil, arrivandogli a ruota. E la sorpresa viene dalla Amazzonia, l'oriente ricco del petrolio ecuadoriano, dove Correa ha stravinto. Qualcosa di impensabile fino a un mese fa, quando al primo turno Gilmar Gutierrez, il fratello dell'ex presidente Lucio Gutierrez, aveva sbancato in questa regione e aveva poi espresso il suo appoggio per Noboa nel ballottaggio. Ma non è ancora finita. Perché se tre delle quattro compagnie di sondaggi danno tutte Correa vincitore la quarta, Consultar, si ostina a dare la vittoria a Noboa con il 42%. Guarda caso è l'impresa finanziata dal Grupo Noboa, a cui il miliardario si aggrappa dicendo che rifiuta questi primi risultati e che richiederà se necessario il riconteggio di tutti i voti.


Solo due ore dopo la chiusura delle urne, una gran folla è già radunata davanti alla sede del partito di Correa , dove è stato montato un grande palco con i musicisti in maglietta verde, il colore di Alianza Pais. Un motivetto è sulla bocca di tutti: «Porqué hoydia el pueblo no quiere ser manejado como hacienda bananera». Il popolo dell'Ecuador vuole il cambio e non vuole più essere gestito come un'azienda di banane tipo quelle del bananero Noboa. In una prima conferenza stampa poco dopo la chiusura delle urne, Rafael Correa dice che è cominciata la liberazione dagli ultimi 20 anni di catastrofica gestione neo-liberista e che lui si riconosce appieno in quella corrente politico-economica di alternativa al neo-liberismo che sta cambiando l' America latina.


Nel suo programma politico, Correa presenta aspetti radicalmente progressisti ed altri più moderati. Sembra andarsi ad aggiungere a Venezuela e Bolivia, rifiutando il trattato di libero scambio in discussione con gli Usa e il rinnovo del contratto di cessione agli americani della base militare di Manta. Rafael Correa è un economista di formazione, in precedenza è stato consigliere economico del presidente Alfredo Palacio, quando questi era vicepresidente di Gutierrez, e poi suo ministro dell'economia e delle finanze, quando Palacio divenne presidente. Rinunciò però all'incarico dopo quattro mesi, per screzi con la gestione di Palacio. Da sempre si definisce oppositore degli organismi multilaterali come la Banca mondiale e il Fondo monetario, in favore di una maggiore partecipazione dello stato nella gestione del petrolio.


Nato a Guayaquil 43 anni fa, ha studiato in Belgio e negli Stati uniti. Prima di essere ministro ha sempre lavorato in ambito universitario scrivendo libri sulla dollarizzazione (l'Ecuador dal 2000 ha sostituito il sucre con il dollaro), sul libero scambio e sul commercio delle banane.


Euforia, dunque qui a Quito, ma anche prudenza e nessuna cambiale in bianco. Una cosa, dicono in molti che sono scesi in strada, è la propaganda elettorale, un'altra è la pratica di governo. Viste le esperienze recenti un giovane del movimento studentesco, Pablo Campagna, non nasconde il timore «che anche Correa tradisca il voto e gli impegni, come ha fatto Lucio Gutierrez». I movimenti sociali, popolari ed indigeni, che hanno fatto vincere Gutierrez nel 2004 e Correa nel 2006, sono ancora scottati da questa esperienza. Però, aggiunge, «le circostanze sono diverse ed abbiamo fiducia e non andrà così: ma se non onora quel che ha promesso, faremo saltare anche lui».



Il compito di Correa non sarà facile, avendo rinunciato a presentare candidati al Congresso e trovandosi di fronte quindi un parlamento prevalentemente ostile. Che però lui dice voler cambiare, come Morales in Bolivia, attraverso una assemblea costituente. All'euforia che si respira a Quito, fa riscontro la depressione di Wall Street: ieri i titoli del debito ecuadoriano sono caduti del 2.8%.



io parto per Caracas, Venezuela, domenica si vota

ci risentiamo da li



cuidense





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lunedì, 06 novembre 2006
HO VISTO DEGLI INDIGENI FELICI, o di Sarayaku e della difesa dell'amazzonia



P1000452250 km di foresta amazzonica ed 8 ore in canoa separano la comunita' di Sarayaku dal primo centro abitato, el Puyo. 2000 abitanti, Kichwa nativi dell'amazzonia, abitano queste terre, in buona parte ancora coperte dalla foresta primaria.

Tutto attorno al territorio di Sarayaku, che si estende per 200.000 km quadrati, sono installate endovene nel terreno che succhiano oro nero a ritmo costante.

Sarayaku progetta di proteggersi con una "linea verde", una linea composta da piante e fiori di inestimabile biodiversita', di cui preservare la vita.

La LINEA VERDE vuole delimitare, in veduta aerea, i territori espropriati dall'affabulazione delle compagnie petrolifere, da quello resistente di Sarayaku.

E Sarayaku non molla.

Nel 2003 centinaia di militari hanno cercato di convincerli con l'intimidazione armata che era meglio per loro se cedevano alle porposte della CGC Argentina (Compagnia Generale di Combustibile) e li lasciassero "fare il loro lavoro".

Sarayaku ha risposto "no grazie". Le donne hanno ritirato le armi dei militari e li hanno invitati a bere chicha di yukka fatta da loro.

Gli hanno fatto capire che e' maleducazione entrare senza permesso in casa altrui, con le scarrpe sporche di liquido nero, appiccicoso, maleodorante e nocivo.

Che e' oltremodo arrogante ed offensivo credere di poter compare la coscienza del popolo di Sarayaku regalando palloni da calcio e fischietti.

Gli hanno spiegato che quelli di Sarayaku non sono stupidi e neppure cechi, e che volgiono lo sviluppo, ma non uno sviluppo cieco.

Gli hanno detto chiaro che la loro casa non si tocca, ne' le loro piante, i loro insetti, i loro animali, il loro ecosistema. il loro futuro e quello dei loro figli.

E cosi' ad oggi in Srayaku arriva l'energia.

Dopo aver vissuto da sempre con il sole come unica lampadina, Sarayaku ora fa la scelta etica di avere energia a pannelli solari.

Sara' di certo una rivoluzione interna: radio, TV, e forse frigorifero, luce fino a notte tarda, loro abituati a dormire all'imbrunire.

Sara' pure, il tempo ne dara' ragione, ma adesso questa scelta rappresenta anche lo smacco alla proposta di vendersi in cambio di strade ed energia elettrica fatte di petrolio.

A Sarayaku il terreno fangoso, rosso e pregno si odori della selva va benissimo cosi' com'e'.

LA CHICHA o degli usi e costumi di Sarayaku

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Orgolio della donna Kichwa, la chicha e' la bevanda alcolica fatta in casa, vestale del focolare. Per tempo immemore le donne si sono sedute insieme, masticando la radice di yukka bollita, lasciata poi a fermentare. Piu' o meno alcolica a seconda dei giorni di fermentazione, la chicha di yukka e' la regina di ogni evento conviviale.

E cosi ci invitano a bere ad oggi, spiegando pazienti, a noi gringos sudati e crivellati dagli insetti, che hanno scelto di preservare la loro madre foresta, la AYPA MAMA, per garantire un futuro a loro figli, e non condannarli alla lenta morte per cancro, a causa dei fiumi contaminati dai prodotti chimici di estrazione, alla terra impregnata di petrolio in lenta agonia.

E Sarayaku conta di una organizzazione straordinaria. Sono isolati per via terra (anche perche' la comunita' di Canelos, ceduta alla Tripetrol Holdings, gli ha sbarrato il transito fluviale da che sono in resistenza) ma un paio di areoplanini da "Barone Rosso" effettuano voli al Puyo ogni giorno.

Sopartutto le generazion giovani di Sarayaku vivono in parte nelle citta' dellìEcuador, per studiare o lavorare. E poi tornano alla comunita'. Con l'interculturalita' sviluppata a 360°.

Questi giovani e adulti, conoscitori delle tradizioni, degli usi e costumi della comunita', sanno anche apprezzare in modo critico cio che c'e' di buono nel mondo occidentalizzato "di fuori".

Parlano castigliano ed inglese, attraversano senza porblemi l'oceano per dare confernze in Europa, mantengono attualizzata la loro pagina web (www.sarayaku.com) e sono ottimi comunicatori e creatori di reti di solidarita'.

Conoscono le regole del mondo "di fuori", le gestiscono e le usano a favore della propria causa.

Ma quando sono a casa loro, nella cucina fatta di legno, tetto di paglia e terra battuta, fulcro della vita sociale della famiglia, mentre ci offrono chicha, scherzano con noi e su di noi in uno spontaneo Kichuwa, che e' la lingua materna, la lingua piu' vicina al loro cuore.

E scherzano di come li guardiamo con ammirazione per la capiacita' di essere tanto semplici e tanto inarendibili. Fatti della stessa fibra resistente che compone l'anima pulsante della Amazzonia.

Sarayaku resiste. E con loro sopravvive il polmone del mondo.

E grazie

D.



(si ringrazia il contributo di www.accionecologica.org, agenzia di ecoturismo papangu,Patricia Gualinga, dona Angelina e suo marito Carlos, dona Ramona, le porfe Silvia e Mireia, ALISUPAY, Sergi Camara, www.selvas.org)

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domenica, 29 ottobre 2006




"NACEMOS PARA VIVIR EN DEFENSA DE LA VIDA"



(www.alisupay.org)



Ciudad amazónica

Ciudad petroleada

Luz histriónicaP1000146

Luz demacrada

Vida denostada





Cada tarde a partir de las seis, el Coca vive a oscuras. “En ciudad petrolera nos cortan la luz”, dice un vecino. Y continúa, “nos restringen el suministro de gasolina y el agua que utilizamos está contaminada”. En el último año el Coca ha vivido 9 meses en estado de emergencia. En los muros de la calle el pueblo se pronuncia: “el petróleo es nuestro”…

Es en esta ciudad donde se ha celebrado el Foro internacional sobre petróleo, DDHH y reparación integral. El afán por petróleo ha violentado los derechos humanos más básicos. El pasivo ambiental y el daño social que ha legado la actividad petrolera en la amazonía ecuatoriana es un ejemplo claro de ello. Por todas  partes oleoductos, carreteras, piscinas de petróleo, petróleo entre los árboles, petróleo en los ríos, petróleo en las gentes, cáncer de petróleo por doquier. En todas partes, la mancha negra de la impunidad.

A continuación unas fotos que muestran la huella que ha dejado esta actividad tras su paso. A día de hoy la población está sufriendo una humillación sin precedentes.



En la amazonía ecuatoriana…





(downolad documento completo ES)















NELL'ORIENTE PETROLERO DELL'ECUADOR
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martedì, 10 ottobre 2006
TUTTO IL MONDO E' PAESE



cotopaxi1



atterrata a Quito.



















(VOLCAN COTOPAXI, vista aerea, foto dell'autrice)



Giornata splendida, si respira una intensa eterna primavera, dall'aria fresca ed il sole delle ande che riscalda gentile sui 2.700m, mica i 3.700 di La Paz, qui si respira ancora.

poco sonno, valigia persa nel volo Amsterdam/Quito (vabbe', fa parte del mestiere, un paio di mutande nel bagaglio a mano non manca mai ;P)

doccia rapida e via a passeggiare nelle strade di una capitale della Mitad del Mundo (Ecuador, dalla linea equatoriale che gli passa in mezzo, appunto), che festeggia l' indipendenza della sua seconda citta', Guayaquil, rivale sureña della capitale Quito, nonche' centro economico del paese.

in sostanza, e' come se fosse domenica. Eccellente per camminare senza annerirsi capelli e faccia causa fuliggine emessa degli scarichi delle auto non proprio
, come dire, ecolologically correct.



Quito a me piace, e un po' me lo aspettavo, un po' lo sapevo.



Eppure, a parte la personale affinita' con le citta' andine, e' impressionante come questa regione lunga migliaia di kilometri si assomigli tanto. In tutto.

Ci sono sempre dei piccoli dettagli che ti ricordano costantemente che sei qui, in Sud America, o meglio, nella parte andina del Sud America.

Ci sono dei dettagli su cui puoi contare sempre contare



- la proliferazione di cabine per chiamate internazionali e punti internet ( NB qui non chiedono i documenti ne' ti schedano per mandare un mail, sara' un politica alla diminuzione del digital divide?)

-piccoli bar e cafe' con il forte odore di caffe' appena tostado y molido, annaquattissimo ma bello forte

- la cumbia ed il regetton ad ogni angolo della strada

- venditori ambulanti che si occupano del piccolo comemrcio informale al dettaglio, dal tagliaunghie al quotidiano.

-quantita' industriali di cibo fritto, chancho y pollo (maiale e pollo) vanno per la maggiore

- piccioni e persone in uguale quantita' che si contendono le panchine della plaza central, quella che nella struttura coloniale ospita il palazzo del governo e la cattedrale

-statua a Simon Bolivar, statua al Mariscal Sucre (propulsori dell' indipendenza della regione a fine '800), ho inoltre scoperto che Sucre e' seppellito proprio nella cattedrale di Quito, andro' a fargli visita.



e poi, sempre gli aspetti della miseria

-un' innumerevole quantita' di storpi che elemosinano agli angoli delle strade (la maggioranza delle malformazioni, come delle cecita', sono date dalla mancanza di assistenza sanitaria per chi non puo' pagarsela)

- molta popolazione indigena che mendica o cerca di vendere piccoli manufatti. Sono in maggioranza bambini, donne con figlioletto sulle spalle o anziani.

Tutto cio' non per muovere a pieta', ma per dire che questa poverta' e' una brutta bestia in qualunque latitudine si vada.

E dico questa non a caso, i motivi della poverta' del Sud America sono, credo, ben noti ai piu' e non serve fare qui l'elenco.

Se dico 500 anni di colonizzazione europea dice nulla?

Se dico 50 anni di politica neoliberale suona nuovo?

Invito, invece, chi ancora non lo avesse fatto, alla lettura de "Le vene aperte dell'America Latina" di Eduardo Galeano. Tosto, ma a mio parere l'analisi
in assoluto la piu' spietata e disincantata spiegazione del perche' questa realta' e' cosi' com'e'.

Certo, ci sono comunque e per fortuna delle cose bellissime, presenti come lifemotiv in ogni  metro quadro di questa terra meravilgiosa:



i suoi abitanti millenari, i loro varipinti usi e costumi, i figlioletti sulle spalle, cappelli strani in testa e sorrisi sotto le gote alte e scure.

e poi, le protagoniste assolute, la pachamama imponente, le montagne ed i vulcani, la cordillera andina,  per l'appunto

Vi allego alcune foto, dalla prospettiva aerea dell'arrivo su Quito (un ringraziamento particolare al fratello ed il suo impareggiabile regalo:)

questa terra, il piccolo Ecuador, forse il fratellino minore, per estensione, della Comunita' Andina, va ad elezioni tra meno di una settimana e a vederlo cosi' non pare molto pronto. In realta' pare proprio un po' confuso, come se non fosse chiaro cosa propone chi vuole essere eletto e cosa recepisce chi deve eleggere. Cosi', a prima gettata di sguardo sui giornali locali e dall' atmosfera della citta' a riposo.

Maggiori informazioni nei giorni a seguire, man mano che anche io ci capisco di piu'



un abrazo



D.
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