**ELEZIONI ECUADOR**
mi scuso di non riuscire a tener aggiornato il blog quanto vorrei, ma i piu di voi sanno che sono qui a lavora' e quindi riesco a farlo solo nei ritagli di tempo.
copioincollo quanto ho scritto per "ilManifesto" di domenica 26 e martedì 28 Novembre
**UN PO' DI STORIA, UN PO' DI ANALISI, UN PO' DI RACCONTO**
Si chiudono le campagne elettorali, comincia la "ley seca", niente alcool per i due giorni precedenti alle elezioni. Questa la regola in tutta la regione andina, l'Ecuador non fa eccezione. E niente sondaggi anche se l'ultimo, realizzato da Cedatois-Gallup, registra il colpo di scena: Rafael Correa (Alianza pais) 52%, Alvaro Noboa (Partito rinnovatore istituzionale alleanza nazionale, Prian)48%. E' il sorpasso. La settimana scorsa era esattamente l'opposto. Il primo turno si era chiuso con Noboa in vantaggio di 4 punti su Correa, un vantaggio che all'inizio della campagna elettorale era di 15 punti.
Sono passati un mese e 10 giorni dalla prima tornata elettorale, oggi il paese va al ballottaggio, Rafael Correa per la sinstra e Alvaro Noboa per la destra. E' passato un anno e mezzo dalla caduta dell'ultimo presidente eletto, il colonnello Lucio Gutierrez, a mano della ultima grande mobilitazione urbana di Quito, la marcia dei forajidos, i facinorosi. Poi piu' nulla. I nefasti tre anni di governo di Lucio Gutierrez, dal 2002 al 2005, erano riusciti a smembrare i movimenti sociali e indigeni, indebolendoli moltissimo. Il colonnello Gutierrez aveva partecipato con la sua fazione di forze armate alla mobilitazione popolare che fece cadere Jamil Mahuad nel Duemila, guadagnandosi il successivo appoggio elettorale dell'organizazzione delle nazioni indigene ecuadoriane, la Conaie, e della stragrande maggioranza dei movimenti sociali. Appoggio tradito e concluso con l'ennesimo moto di piazza. E ora l'Ecuador torna a cercare un presidente.
L'avvocato ed imprenditore Alvaro Noboa ha concluso in testa il primo turno, battendo il suo avversario Rafael Correa per quattro punti prcentuali. Noboa, che arriva al ballottaggio per la terza volta nella sua vita politica, è l'uomo più ricco dell'Ecuador. Imprenditore bananero, possiede all'incirca 120 aziende nel settore agricolo e terziario. Il suo gruppo, il grupo Noboa, possiede inoltre sottogruppi immobiliari e banche, nonché un'azienda specializzata in sondaggi, alcune reti televisive e alcune riviste. C'è chi lo definisce «il Berlusconi ecuadoriano».
Alvaro Noboa è uno sfegatato e convinto conservatore neoliberista. I punti salienti della sua proposta politica sono: la partecipazione dell'Ecuador al «Plan Colombia», la reiterazione della concessione alla base militare statunitense di Manta, nel Pacifico, la firma del Trattato di libero commercio gli Stati uniti, l'apertura di nuove aree di sfruttamento del petrolio, la «forzatura repressiva» di quelle in concessione passiva laddove i nativi oppongano resistenza. Noboa ha superato vertiginosamente il tetto economico imposto dalla legge per le spese della campagna elettorale. Tanto - dice - paga lui. E tutta la sua campagna è stata orientata a suon di biglietti da 10 dollari (la moneta nazionale ecuadoriana: la dolarizacion fece sparire il vecchio e svalutato sucre nell'anno Duemila) e promesse di case, una campagna che ha attechito sopratutto nelle aree più povere della costa pacifica del paese. In queste stesse aree vivono gli 800mila dipendenti delle sue piantagioni di banane. Tutti e 800mila sono soggetti a gassificazioni di pesticidi a base di glifosato, utilizzati abbondamente dall'impresario Noboa nelle sue terre, senza troppa preoccupazione per la salute dei dipendenti. Per quanto riguarda le politiche sociali Noboa ha apertamente detto che per ottenere stabilità il suo governo non esiterà a arrestare i dissidenti, lo stesso Correa, la stampa che cerchi di screditarlo.
Il miliardario bananero è alleato con l'ago della bilancia elettorale, Gilmar Gutierrez, fratello di quel colonnello Lucio Gutierrez che mise le sue truppe al servizio di un golpe «di sinistra», virando poi a destra e bruciando le speranze - e i consensi - della più grande formazione indigena del paese, il partito Pachakutik. Il bacino elettorale di Noboa e dei fratelli Gutierrez è l'est del paese. I due si sono informalmente accordati e il partito Psp dei Gutierrez appoggerà Noboa solo a condizione che cinque organizzazioni non governative spariscano dall'Ecuador. Guarda caso tre di queste sono le ong ambientaliste più impegante, quelle che da anni accompagnano le denunce della popolazione dell'Oriente ecuadoriano contro le ignomie delle compagnie petrolifere. Ignomie ambientali derivate dall'inquinamento, ma anche ignominie sociali: la divisione all'interno delle comunità indigene, la violazione dei diritti umani con la repressione armata.
Se Noboa è un'opzione di voto per gli ecuadoriani, dalla parte diametralmente opposta c'è il candidato Rafael Correa. Economista ed ex ministro dell'economia nell'ammnistrazione di Alfredo Palacio, a fine 2005 si dimette perchè fortemente criticato per le sue posizioni economiche di apertura al Venzuela e di chiusura al Tlc con gli Stati uniti. Nel 2006 Correa si presenta come candidato alle presidenziali con un nuovo partito, Alianza pais, e la proposta di non cercare di eleggere deputati in Parlamento (organismo troppo corrotto) ma di puntare direttamente all'elezione di un'assemblea costituente. Pur con toni moderati, Correa è dichiaratamente inserito in quella tendenza economica e politica socialista che attraversa il Sudamerica e che ha prodotto tra l'altro Hugo Chavez in Venezuela e Evo Morales in Bolivia. E', in sostanza, un caratteristico prodotto di questa turbolenta annata elettorale nella regione andina. Il punto di forza del suo programma è, per cominciare, una parziale rinazionalizzazione del petrolio, che per legge è già di proprietà statale. Correa vuole incrementare la quantità di greggio che le compagnie devono lasciare allo stato in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti: al momento questa royalty è un barile ogni cinque di petrolio estratto. Da ciò consegue, nella sua proposta, la spinta ad una maggiore industrializzazione della materia prima stessa, cioè lavorare il petrolio e l'energia che ne deriva. Le eccedenze economiche della produzione nazionale sarebbero destinate in buona parte a spese sociali come l'educazione e la salute. A seguire, profonda rivisitazione della legge sugli idrocarburi e delle concessioni alle multinazionali.
Nell'agenda di Rafael Correa occupa uno spazio importante anche la questione degli emigranti. Sono tre milioni gli ecuadoriani che vivono in Europa o negli Stati uniti e le loro rimesse economiche rappresentano la terza voce di bilancio del paese in ordine di importanza, una massa di denaro destinata però quasi del tutto al consumo familiare e non alla promozione di un'economia interna. Il piano di Correa prevede di agevolare la trasformazione di queste entrate in investimenti immobili o produttivi, attraverso finanziamenti di micro-credito. A detta del candidato di sinistra, inoltre, il suo governo si impegnerà per facilitare i processi di legalizzazione dei connazionali irregolari all'estero.
Altre voci caratterizano la sua tendenza politica? Nessuna contrattazione per il Tlc, nessun coinvolgimento con il «Plan Colombia», difesa del diritto delle popolazioni amazzoniche di rifiutare l'ingresso delle compagnie nel proprio territorio, sfruttamento del petrolio «ragionato» e monitorato a livello di impatto ambientale. E poi, non rinnovare la concessione alla base militare Usa di Manta, «a meno che - dice Correa - gli Usa non ci lascino mettere una base militare ecaudoriana a Miami». «"Né chavista né comunista - così si difende dalle accuse di Noboa - ma per un Ecuador degno, equo e sovrano».
Dette così, le proposte fanno gola. Ma Correa ha già fatto male i conti alla prima tornata, in cui è arrivato secondo nonostante tutti i sondaggi lo vedessero in testa: la scelta di non parteciopare al voto per il parlamento, e quindi non presentare alcun candidato, gli ha lasciato un vuoto nel Congresso che sarà davvero difficile colmare. Anche se vincesse, si ritroverà con parlamento in cui l'opposizione sarà maggioranza (per l'alleanza tra Noboa e i fratelli Gutierrez), cosa che gli renderà molto difficile governare.
L'Ecuador va oggi al ballottaggio con un conteggio di voti manuale che tarderà alcuni giorni ad essere concluso. Una decisione del Tribunale supremo elettorale, per non ripetere l'esperienza del primo turno, quando il sistema della strapagata compagnia brasiliana E-vote a cui era stato affidato il «conteggio rapido» crollò poco dopo il 79% dei seggi scrutinati. Tutti gridarono alla frode, seguirono giorni di caos. Il conteggio manuale del ballottaggio significa che per alcuni giorni il paese resterà del tutto in bilico. Se domenica, a urne chiuse, i due candidati si ritroveranno divisi da pochi decimi, può accadere di tutto. Dalla frode alla falsificazione dei conteggi, all'auto-dichiarazione di vittoria da parte di entrambi. E molti analisti si domandano se sarà un altro Messico. Il miliardario bananiero Alvaro Noboa si presenta per la terza volta alle elezioni, in caccia di quella presidenza che fu per breve tempo di un suo parente, Gustavo, che la occupò tra un moto popolare e un altro. Magnate del vegetale che rappresenta una delle principali voci di esportazione del paese insieme agli idrocarburi, Noboa possiede circa 120 aziende e aziendine per un totale di circa 800mila dipendenti e una fortuna stimata da Forbes in un miliardo e 200 milioni di dollari. Possiede anche molte altre cose, tra cui riviste e canali televisivi che ne fanno una specie di Berlusconi andino. Fervente sostenitore della dollarizzazione (nel 2000 il paese abbandonò il sucre per il biglietto verde) Noboa è un classico imprenditore di destra. E' presidente del Prian, il Partito rinnovatore istituzionale alleanza nazionale. L'economista Rafael Correa, candidato di sinistra per il movimento Alianza Pais, si vanta di non essere un politico di professione e promette che, per il suo quarantatreesimo compleanno - è nato nella città di Guayaquil il 6 aprile 1963 - realizzerà una «rivoluzione cittadina». Correa ha conseguito la laurea negli Stati uniti e ha poi proseguito altri studi in Belgio, dove ha conosciuto e sposato Anne Malherbe, con la quale ha tre figli. Nel 2001 ha ottenuto un dottorato in economia all'Università dell'Illinois, negli Stati uniti. Parla correntemente inglese, francese e se la cava con il quechua, che ha imparato durante una missione di volontariato in una comunità indigena della sierra. Tiene infatti a precisare di non essere un candidato «della sinistra marxista, ma della sinistra cristiana».
**POST ELEZIONI**
Rafael Correa, il candidato che si opponeva nel ballottaggio di domenica al miliardario bananero Alvaro Noboa, filo-liberomercato e filo-Bush, sembra avviato a una vittoria a valanga. Ieri, quando erano stati scrutinati circa le metà dei voti, conduceva con il 68.1% contro il 31.8% del suo avversario. Che però ha rifiutato finora di riconoscere la sconfitta. Un dato è però già incontrovertibile, in attesa del risultato finale annunciato per oggi o domani, come ha subito rilevato Correa: «Il voto mostra che il popolo vuole un cambio». Il «popolo» che non ha incertezze, e sente di avere già vinto fin dai primi minuti dopo la chiusura dei seggi.
Ore 17 di domenica, Quito è con il fiato sospeso. Si chiudono i seggi e tutto il paese è incollato alla televisione, in balia degli exit poll. Rafael Correa, candidato di sinistra per Alianza Pais batte il neo-liberista Alvaro Noboa con un margine che cresce a vista d'occhio. Dopo un'ora è già al 57% contro il 43%, 14 punti , contro gli 8 indicati dai sondaggi alla vigilia. E con lo spoglio che avanza, il margine aumenta: ieri erano quasi 36. Per le strade della città si sente la radio che continua ad aggiornare. La più infervorata è Radio La Luna, quella che nel maggio 2005 giocò un ruolo fondamentale nel dirigere le mobilitazioni dei forajidos, gli sconvolti che cacciarono il presidente Lucio Gutierrez, eletto a sinistra e passato a destra. La gente ascolta attonita, incredula: «Hemos ganado», abbiamo vinto.
Stando ai risultati finora disponibili, Rafael Correa ha vinto non solo qui a Quito e nelle regioni andine, dove aveva già sfondato nella primo turno di ottobre. Ha avuto un ottimo risultato anche nelle regioni «storicamente» di Noboa, come la costa e la città di Guayaquil, arrivandogli a ruota. E la sorpresa viene dalla Amazzonia, l'oriente ricco del petrolio ecuadoriano, dove Correa ha stravinto. Qualcosa di impensabile fino a un mese fa, quando al primo turno Gilmar Gutierrez, il fratello dell'ex presidente Lucio Gutierrez, aveva sbancato in questa regione e aveva poi espresso il suo appoggio per Noboa nel ballottaggio. Ma non è ancora finita. Perché se tre delle quattro compagnie di sondaggi danno tutte Correa vincitore la quarta, Consultar, si ostina a dare la vittoria a Noboa con il 42%. Guarda caso è l'impresa finanziata dal Grupo Noboa, a cui il miliardario si aggrappa dicendo che rifiuta questi primi risultati e che richiederà se necessario il riconteggio di tutti i voti.
Solo due ore dopo la chiusura delle urne, una gran folla è già radunata davanti alla sede del partito di Correa , dove è stato montato un grande palco con i musicisti in maglietta verde, il colore di Alianza Pais. Un motivetto è sulla bocca di tutti: «Porqué hoydia el pueblo no quiere ser manejado como hacienda bananera». Il popolo dell'Ecuador vuole il cambio e non vuole più essere gestito come un'azienda di banane tipo quelle del bananero Noboa. In una prima conferenza stampa poco dopo la chiusura delle urne, Rafael Correa dice che è cominciata la liberazione dagli ultimi 20 anni di catastrofica gestione neo-liberista e che lui si riconosce appieno in quella corrente politico-economica di alternativa al neo-liberismo che sta cambiando l' America latina.
Nel suo programma politico, Correa presenta aspetti radicalmente progressisti ed altri più moderati. Sembra andarsi ad aggiungere a Venezuela e Bolivia, rifiutando il trattato di libero scambio in discussione con gli Usa e il rinnovo del contratto di cessione agli americani della base militare di Manta. Rafael Correa è un economista di formazione, in precedenza è stato consigliere economico del presidente Alfredo Palacio, quando questi era vicepresidente di Gutierrez, e poi suo ministro dell'economia e delle finanze, quando Palacio divenne presidente. Rinunciò però all'incarico dopo quattro mesi, per screzi con la gestione di Palacio. Da sempre si definisce oppositore degli organismi multilaterali come la Banca mondiale e il Fondo monetario, in favore di una maggiore partecipazione dello stato nella gestione del petrolio.
Nato a Guayaquil 43 anni fa, ha studiato in Belgio e negli Stati uniti. Prima di essere ministro ha sempre lavorato in ambito universitario scrivendo libri sulla dollarizzazione (l'Ecuador dal 2000 ha sostituito il sucre con il dollaro), sul libero scambio e sul commercio delle banane.
Euforia, dunque qui a Quito, ma anche prudenza e nessuna cambiale in bianco. Una cosa, dicono in molti che sono scesi in strada, è la propaganda elettorale, un'altra è la pratica di governo. Viste le esperienze recenti un giovane del movimento studentesco, Pablo Campagna, non nasconde il timore «che anche Correa tradisca il voto e gli impegni, come ha fatto Lucio Gutierrez». I movimenti sociali, popolari ed indigeni, che hanno fatto vincere Gutierrez nel 2004 e Correa nel 2006, sono ancora scottati da questa esperienza. Però, aggiunge, «le circostanze sono diverse ed abbiamo fiducia e non andrà così: ma se non onora quel che ha promesso, faremo saltare anche lui».
Il compito di Correa non sarà facile, avendo rinunciato a presentare candidati al Congresso e trovandosi di fronte quindi un parlamento prevalentemente ostile. Che però lui dice voler cambiare, come Morales in Bolivia, attraverso una assemblea costituente. All'euforia che si respira a Quito, fa riscontro la depressione di Wall Street: ieri i titoli del debito ecuadoriano sono caduti del 2.8%.
io parto per Caracas, Venezuela, domenica si vota
ci risentiamo da li
cuidense